“Democrazia, sfide e opportunità in tempi di crisi: dai movimenti per la difesa dell’ambiente a destre e protesta no Vax”
Marc Zuckerberg, fondatore di Facebook, è stato ricevuto tre giorni fa a Palazzo Chigi. Elon Musk sta provando a comprare Twitter, anche se non è ancora certo come e quando. Intanto, Donald Trump fa sapere che anche se Twitter cambierà assetto proprietario, lui non si fida più e rimarrà sulla piattaforma Truth, di cui è socio co-fondatore. Negli stessi giorni, V-Kontakte ha moltiplicato il traffico. La piattaforma russa n.1 ha preso a interloquire con le piattaforme cinesi, segnando un tratto nuovo nella geopolitica della Rete. Ma la Rete conosce i confini della politica e quelli della legge solo imparare a tradirli – come dice il Capitalismo della Sorveglianza di Shoshana Zuboff – riportando regole e appartenenze all’unico fine della produzione di capitali che si moltiplicano attraverso dinamiche asimmetriche. Che sconfinano dalla vecchia concezione dimensionale della Terra e creano una quarta dimensione, quella dell’onlife, come lo definisce il filosofo Luciano Floridi.
E’ in questa quarta dimensione che si può attuare quella che Floridi evoca quale Quarta rivoluzione. Una rivoluzione, gioverà ricordare, che nasce sulle fondamenta di un esperimento militare, Arpanet, che il Pentagono ha poi aperto ad uso civile. L’esistenza di Internet è ontologicamente connaturata alla ricerca di sbocchi liberi da parte di una tecnologia dal protocollo inizialmente segreto e dall’origine prettamente bellica. Mi tocca corde profonde ricordarlo oggi, davanti alle tragiche notizie che si succedono dall’Ucraina.
Nella galassia di internet il mondo torna diviso in blocchi. Che non sono più Est ed Ovest, ma come meglio si addice al tempo del capitalismo di relazione, si parva licet, Fair web contro Dark web. Due emisferi speculari, uno dentro l’altro ed uno contro l’altro. Due approcci in conflitto insanabile tra loro, con dinamiche di governo contrapposte. Non più un incontro di snodi e di reti ma uno scontro: non più semplicemente internet ma – se potessimo qui prendere la libertà di lanciare un nuovo termine definitorio – contra-net. Due visioni, due interpretazioni non solo rivolte al pianeta internet ma ben stagliantesi da quello terrestre. Una contrapposizione voluta ed esatta in base a un’esigenza precipua: la moltiplicazione continua del volume traffico di utenza, approccio quantitativo che mercifica l’attività dell’utente, e che trasforma l’utente stesso in merce, che una miope lettura delle Kpi (Key Performance Indicators) prova a tradurre in performances quali-quantitative.
La qualità dov’è? Quella antroposemiotica dell’io narrante, negli studi della professoressa Beatrice Galinon-Mélénec, Sorbonne, è una sorta di “traccia che non parla” e dunque ego-referente: è l’umano che interpreta una parte della realtà e la chiama traccia. Una dinamica semiotica risultante dal suo rapporto sensibile con la realtà e dalla sua storia che gli studiosi italiani non faticheranno ad associare alle osservazioni di Umberto Eco sulla realtà culturalizzata, nei suoi studi sulla proto-rete che lo affascinò molto, fino alla fine dei suoi giorni.
Se torniamo a guardare alla Rete di oggi, la troviamo a un bivio. Naturale, dopo 30 anni di crescita. Approfitto per ricordare in questa sede, vostro ospite, che internet per l’Italia è nato a Pisa. Il primo collegamento, la prima mail è stata spedita tra il Cnr di Pisa e la sede americana di Arpanet. Ed è allora da Pisa che può trovare spazio una riflessione che faccia un tagliando alla Rete. E’ al bivio l’attività dei social network che riguardano la funzione di guida degli opinion leader della politica: quell’ininterrotto flusso di commenti sull’attualità che crea la più alta densità di traffico può spostare l’asse geodetico del web, migrando verso la navigazione in incognito del dark side of the internet. Assai frequentato negli ultimi quindici anni, come è noto. Nella seconda metà dell’era del web, quella connotata da un crescente disordine, da un inquinamento continuo delle fonti e da un conflitto permanente tra emisferi diversi.
L’emisfero emerso contro l’emisfero sommerso. Il primo più politico, il secondo più antipolitico. Entrambi autodefinendosi liberi, e più liberi dell’altro, rivelano quale opposta lettura si dia dell’idea stessa di libertà, tra i due rivali. Il mito della caverna di Platone ci soccorre, nel fornirne un richiamo classico: la libertà è una sfera intorno alla quale ci si avvolge, della quale ci si ammanta e da cui ci si sente protetti.
Naturalmente il discorso vale per entrambi gli emisferi. Ciascuno pretende di essere nell’emisfero giusto.
Ma qualche punto fermo c’è.
L’alea della clandestinità si addice poco alle attività elettorali, tautologicamente rivolte alla massima popolarità tra gli elettori. Ma c’è una fascinazione nuova con cui fare i conti. Quell’ecosistema che potrebbe tradursi in ego-sistema di bolle cospirazioniste che predicano la libertà, intesa come mera assenza di regole e di controllo, e in ultima istanza di verifiche. E così ci si sta dividendo, nella sfera della galassia internet: da una parte, l’universo delle conversazioni moderate, regolamentate, controllate e nell’altra semisfera un intra-verso digitale sotterraneo che ci appare come potevano suonare le descrizioni del viaggiatore islandese a Giacomo Leopardi: Qua il geyser delle cryptovalute, lì gli antri delle dark room, tra nodi di connessione anonimizzati, remotati, imperscrutabili nei quali pedopornografia e traffico di armi e droghe non sono più eccezioni ma tristi consuetudini. La banalità del male diventa 2.0 e ritrova a sessanta anni dal conio di quella espressione di Hannah Arendt una nuova modalità applicativa.
Siamo a descrivere il frutto del nostro tempo. E a proposito: la mela che era il frutto proibito dell’Eden diventa il logotipo dominante sulla metà dei dispositivi informatici esistenti. Da quella di Eva a quella di Newton, da Alan Turing a Steve Jobs, quel frutto ha continuato a rotolare e ad accompagnare l’innovazione in quanto viaggio in avanti, alla scoperta del nuovo.
La politica, nell’era della mediopolitica,1 esige che tutti gli spazi policy/politics ballino davanti a una esposizione pubblica immediata e ipermediatizzata. E la mediopolitica immediata agisce nell’ infosfera costituita dall’ecosistema digitale planetario, che oggi può contare dieci principali social network. Sono dieci social che potremmo definire istituzionali. La definizione risulterà imprecisa, perché per quelli occidentali, si tratta di iniziative private e non derivanti dalle istituzioni pubbliche statali o internazionali. Certo: ma sono canali di diffusione delle notizie che piacciono alle istituzioni. Dei quali le istituzioni, intese quali luoghi di esercizio del potere pubblico, si servono. E se ne servono con lo scopo di vendere informazioni e di acquistare consenso. Ed ecco che i decisori pubblici sono presenti con profili dedicati. Con personale specializzato, dedicato: con social media manager assunti con contratti pubblici e retribuzioni dirigenziali allo scopo di stare sui social network, dove parlare con la neolingua codificata della Rete. Con l’adozione delle grafiche, del multimediale, di tutto il necessario per meglio declinare il contenuto verso il consenso della platea ricevente. A quelli che riguardano solo la Cina (Wechat, Weibo e Renren) e quelli diffusi in Russia (V-Kontakte e Odnoklassniki) il mondo occidentale affianca Facebook, con i suoi quattro miliardi di profili attivi, e Twitter che ne conta 350 milioni. E tra i primi dieci figurano – come è noto – Instagram, Linkedin, YouTube, TikTok. Sono canali graditi e frequentati dai detentori del potere politico in tutte le latitudini del pianeta. Perché il potere si nutre per sua natura del consenso e questo si abbevera lungo i canali dei social network di informazioni a basso indice di qualità. Di testi brevi, per la constituency del web editing. Di testi incontrollati, per la scarsa efficacia del fact checking. Di testi rivolti alla produzione di traffico, e perciò stesso ancorati alla facilità di fruizione: semantica semplificata, vocabolario ridotto, immagini sorprendenti, ironiche, piacevoli di cui sempre più i testi sono accompagnati, arricchiti e integrati.
C’è una differenza di massima tra Facebook e Twitter: il primo vanta un livello partecipativo più diffuso, il secondo più “alto”: gli opinion leader, la politica, il giornalismo, le celebrities – mi si passi il termine – sono tutte su Twitter. Che è a tutti gli effetti una agenzia di stampa. Forte della capacità di ricevere e diffondere, dopo averle organizzate e sistematizzate per hashtag, notizie istantanee, Twitter raccoglie il 23% della popolazione quotidianamente connessa alla Rete. Il 23%: quasi un utente su quattro, tra quegli internet-citizen che manifestano quotidianamente la prorpia presenza attiva. A partire, certo, da chi usa la piattaforma proprio per interscambiare dichiarazioni, proporre alleanze o minacciare guerre, come nel caso degli incandescenti tweet tra l’allora presidente Trump e Kim Jong-Un. Il trumpismo ha avuto un effetto moltiplicatore nelle dinamiche di polarizzazione di cui diamo conto.
Con i suoi quasi 89 milioni di follower su Twitter il volume di fuoco del tycoon è stato sempre notevole, contraddistinto da una considerevole capacità di coinvolgimento della platea che lo segue.
Ha un consenso e un dissenso egualmente radicati e convinti.
Le echo-chamber che si formano spontaneamente ripartiscono questa partecipazione militante: regolano i flussi di traffico, organizzano le appartenenze e ne incentivano la polarizzazione. Attraverso il rafforzamento di “bolle” autogene, nel campo aperto della rete operano dinamiche di organizzazione spontanea nelle quali si realizza il detto similis cum similia. Si aggregano cioè i propri simili e si allontanano scettici, dissidenti e contestatori, definendo il perimetro della divisione degli spazi del confronto pubblico con una nuova categoria (potremmo definirla: intrapubblica) la cui prassi tende a chiudere internet sconfinata nei confini di una intranet. Le loro forza deriva dalla polarizzazione intransigente: si definiscono per ciò che non sono, per l’opposizione al proprio opposto. E fanno leva sulla rabbia contro un comune nemico per raccogliere consenso, per sommare all’idem sentire una identità di vedute e una comune agenda.
Queste nuove tribalità digitali, queste trincee scavate nelle dinamiche della sfera socio-antropologica trasformano le connessioni in occasione di discrimine, in selezione continuativa dei nostri pari, di quella community sempre più intranea rispetto al concetto originario della vasta community degli utenti della Rete. Il comportamento della community diventa quello di un movimento, e quest’ultimo può diventare setta. O gruppo di fuoco. Il filosofo Luciano Floridi più di altri si è incaricato di mettere in guardia quanto ai punti di contatto tra l’online e l’offline, introducendo la categoria universalistica dell’on-life: quel che si dice in Rete si finisce per mettere in opera nella vita reale.
Donald Trump non ha esperienza militare ma ad essa fa continuo ricorso. I suoi raccourcis lessicali, imperativi e marziali, semplificano e banalizzano, ordinano e pretendono. Impartiscono direzioni inequivocabili brandendo i tweet come armi. Strumenti di guerra – nelle guerre di Rete – che ha utilizzato con quella crudezza nella formulazione dei tweet che vanno a soccorrere Jean Baudrillard, quando questi cercava una definizione per “intelligenza del male”2: ha sparato le prime cartucce sulla piattaforma di microblogging nel luglio 2010 e da allora ha twittato 59349 volte. Quasi mai attenendosi ai codici di comportamento di Twitter3, il Trump twittatore è sempre stato aggressivo. Proprio perché ha generato qualche “digital shitstorming” di troppo, oggi non twitta più. O comunque non più come @realDonaldTrump: il suo profilo è stato ufficialmente chiuso il 9 gennaio 2021 in conseguenza delle proteste violente di Capitol Hill, delle quali il quarantacinquesimo presidente americano è considerato l’ispiratore. Il social network di Jack Dorsey ha soppresso il profilo personale di Trump prendendo quella che il suo fondatore ha definito “Una decisione molto difficile e che crea un precedente pericoloso, ma l’unica che potevamo prendere”.
Molti cittadini – americani e non solo – a quel punto hanno deciso di riconsegnare le chiavi del profilo al padrone di casa, migrando altrove. Il Presidente del Brasile, Bolsonaro, ha chiamato Trump per esprimergli solidarietà, così come ha fatto il dissidente russo Navalny: per il congelamento del profilo Twitter trumpiano decine di cancellerie si sono attivate come si usa fare tra diplomazie nei casi di estrema gravità, per le tragedie di grande impatto.
E’ iniziato un distacco irreversibile: i fan di Trump identificano ormai Twitter come una espressione Dem, e come ci dice John Levine sul New York Times4, alla metà di gennaio hanno iniziato ad abbandonarlo in massa. Per nulla turbata dalle dimensioni dell’esodo, Twitter ha sospeso 70.000 profili vicini alle tesi oltranziste del gruppo Qanon. Il bivio, la biforcazione, il divorzio tra le Reti segna un altro passo avanti. E se in questi giorni il miliardario Bezos prova a comprare Twitter, preannunciando un cambio di governance, Trump rende noto che il terreno del compromesso non fa per lui. E che indietro non torna.
Ma chi lascia i grandi social media, dove va?
Si addentra in un territorio incontrollabile. Un “grey web” dove l’interfaccia con il dark web è dietro l’angolo: andare a rintracciare un nome, una identità reale dietro a una identità digitale diventa impossibile. Parler5 e Gab6 sono piattaforme di microblogging dalla moderazione bassa o nulla dove proliferano gli estremisti, ma anche su Twitch e nei torrent delle chat dei gamers si moltiplicano gli appelli a prendere le armi. E non solo negli Stati Uniti. “Non avete mai sentito parlare di Parler?” – si chiede nel suo popolarissimo blog7 la giornalista Rachel Epstein – “Bene, non siete i soli. Perché non molti, al di fuori della cerchia degli estremisti di destra, conoscevano Parler prima che ne parlasse Trump”.
La constatazione ci pone davanti a un paradosso ontologico: se i social network funzionano come aggregatori illimitati ed incontenibili della Rete, come può esistere un social in chiave anti-social, che si pone cioè l’obiettivo di separare, disgregare, dissociare? E di selezionare i suoi aderenti iniziaticamente, facendone degli adepti? E’ il paradosso della Rete chiusa. Se la Rete sottende alla massima diffusione, se è il contenitore rivolto al massimo spargimento del contenuto, come può proliferare una piattaforma dedicata a un inner circle e valorizzata dai soli iniziati, che ne condividono codici, simboli e rituali? Siamo costretti a fare i conti con la negazione funzionale della dinamica aggregativa, ora che ci scontriamo con un meccanismo che tende a separare, distinguere e selezionare gli utenti e dunque le persone, anziché aggregarle.
Provo a identificare qui, telegraficamente, i tre aspetti che concorrono alla formazione delle idee nel contesto della Rete in questo spaccato di umanesimo contemporaneo che va sotto il nome di umanesimo digitale.
Il primo aspetto è quello del prestigio: le opinioni in Rete non ammettono di essere subalterne ad altre. Non possono essere incerte. Devono affermarsi con certezza ed essere difese con ogni forza.
Il secondo aspetto, conseguente al primo, è quello della presunzione: l’effetto Dunning-Kruger. Io non conosco l’universo contestuale ma solo il mio punto, e paradossalmente in ragione di questo ritengo di conoscere tutto. Sono accecato dalla mia stessa ignoranza. Vivo il mondo intorno a me come una necessaria proiezione della mia voce solista, incapace di capire, per ignoranza, i miei stessi limiti.
Il terzo aspetto è quello della polarizzazione. Le opinioni e le informazioni diventano estreme e quanto più sono estreme tanto più convogliano traffico ed aumentano la fan-base. È una dinamica tanto perversa quanto difficile da scardinare, se si aggiunge come il modello di business nei social network sia in effetti basato sulla corrispondenza tra volume di traffico ed introiti pubblicitari.
L’effetto combinato delle tre P (Prestigio, Presunzione, Polarizzazione) determina il deterioramento qualitativo delle conversazioni in Rete. E questo porta ad avvicinare le piattaforme più curate a quelle meno curate, quelle più istituzionali con quelle che prolificano all’ombra del dark web. Il compromesso al ribasso offre un ascensore al traffico interno, suggerisce a importanti fasce di utenza di transitare da Facebook ai lidi più corsari.
L’assunto per il quale ben pochi conoscevano Parler, a dispetto del fatto che il social network conti già su 2,8 milioni di utenti attivi, con 70 milioni di attività quotidiane, è significativo di quali e quanti “angoli ciechi” nasconda la Rete.
Che tale universo sia rimasto così a lungo fuori dai radar conduce ad una seconda osservazione. Escatologica. Gli utenti che si preoccupano del futuro nella stessa maniera, si comportano nel quotidiano assimilando la loro prassi a quella militare. Agiscono assumendo codici gerarchici, condividono una condizione di idem sentire orientato verso il rovesciamento dello status quo. La segretezza della corrispondenza, il cieco rispetto degli ordini, l’addestramento alla marcia, il possesso di armi da fuoco fanno parte del processo di “ri-evoluzione” che incita l’utente di Parler ad uscire dalla Rete e a farsi combat group operativo. Non a caso è qui che prolifera Qanon8, organizzazione che la Cia monitora con preoccupazione.
L’idea di “aprire” il Parlamento ostile a Trump è stata predicata sui social per settimane, prima di essere messa in atto. Molto più su Parler che non su Twitter e Facebook. La reazione dei social media è stata d’altronde antitetica: scandalizzata e esiziale per le piattaforme di Jack Dorsey e Mark Zuckerberg, del tutto festosa per Parler e Gab. E il conflitto tra i due emisferi della Rete è esploso. Parler è stato sospeso –prima volta anche questa – dagli store Apple e Google Play ed Amazon. «Abbiamo sempre sostenuto che i diversi punti di vista dovessero essere rappresentati sull’App Store, ma non c’è spazio sulla nostra piattaforma per la violenza e l’attività illegale», afferma Apple. «Parler non ha preso le misure adeguate per affrontare il proliferare di queste minacce alla sicurezza dei cittadini». Nata nel 2018, oggi è in piena fase espansiva. Ha cambiato proprietà nel giugno 2020 e dei nuovi titolari si sa poco. Dan Bongino è il nuovo Ceo, ma la lista completa degli investitori non è pubblica. Sono state provate numerose interazioni con l’agenzia russa di disinformazione Internet Research Agency, coinvolta direttamente in casi documentati di hacking9 nei confronti di siti istituzionali americani ed europei.
E poi c’è Gab. Nata nel 2016 come piattaforma di micro-blogging per la tutela della libertà di parola, nasconde dietro a questa nobile causa l’ombrello che consente a sette suprematiste e a formazioni neonaziste di mantenere le comunicazioni al riparo della legge. Il social network ha suscitato l’attenzione pubblica quando, in seguito alla sparatoria alla sinagoga di Pittsburgh nell’ottobre 2018, si è scoperto che l’unico autore dell’attacco, Robert Gregory Bowers, aveva pubblicato un messaggio su Gab con intenzioni violente. Dopo la sparatoria, Gab è andato per un breve periodo offline: il suo stesso provider di hosting gli ha negato il servizio, temendo di essere indagato per complicità in attività con finalità eversive.
Mentre le piattaforme social media più usate deve fare i conti con le richieste –da parte dell’Onu, dell’Unione Europea e del congresso americano – di concordare un protocollo di public policy sempre più aderente alla normativa (rispettare le sensibilità, segnalare i post inopportuni, contrastare l’hate speech, riconoscere e inficiare le fake news, tutelare la privacy, riconoscere i diritti d’autore, etc.) i propugnatori della Rete anarchica costruiscono piccoli imperi. Come i funghi, crescono nell’ombra: si nutrono in modo parassitario e producono spore non di rado velenose.
Zuckerberg10 e Dorsey – rispettivamente a capo di Facebook e Twitter – sono comparsi in audizione al Congresso Usa di Washington nel novembre 202011. Prima di allora erano stati convocati altre due volte dalla stessa Camera americana, una volta alla Casa Bianca con Obama, una volta al Parlamento Europeo a Bruxelles e infine a Londra, per riferire alla House of Lords. Un percorso fatto di interlocuzioni frequenti, disponibilità dei dati, fiducia reciproca tra big del web e grandi istituzioni nazionali e sovranazionali e culminato in una rinnovata attenzione verso la cybersecurity e la lotta alle fake news. Con tratti di inedita reattività. A cavallo dell’8 e 9 gennaio, nell’arco di 24 ore, Twitter ha cancellato il profilo di Trump, Facebook glielo ha sospeso, YouTube ha reso inaccessibili i suoi video. Trump non si è dato per vinto e ha fatto sapere di volersi spostare su Parler. Da quel momento, in meno di dodici ore, Apple e Google hanno impedito di accedere a Parler, revocando l’accordo di distribuzione. Parler ha fatto sapere di aver subìto un danno, ma di attrezzarsi per garantire il servizio senza la porta d’accesso convenzionale delle major del web.
I software di analisi conversazionali monitorano, ma l’IA fatica a penetrare tutti i codici, i registri, gli slang che permeano la Rete. Quando due adolescenti si incontrano su Twich12 – la piattaforma live streaming più diffusa al mondo, ovvero non di video registrati ma di sole dirette – per giocare simultaneamente a distanza, mandare in onda un discorso, una presentazione, una vendita – l’interazione vocale, la mimica, la prossemica vengono captate e decodificate con grande difficoltà. Figuriamoci come potrebbero interpretarla in modo tale da agire tempestivamente, nell’eventualità, ad esempio, in un caso di incitamento a delinquere. Se quelle piattaforme venissero usate più spesso quali strumenti tattici di emersione dal deep web di predicatori di odio, fanatici religiosi, estremisti. Diverse sparatorie tra gang ed alcuni attentati nelle scuole americane sono state premeditate e discusse sulla piattaforma di Twich, ma nell’overflow13 delle informazioni (9,24 milioni di streamer attivi) e con la loro particolare declinazione, nessuno è mai riuscito ad intervenire. Si deve così ammettere che la Rete costituisca, nei suoi abissi più profondi, una realtà difficilissima da esplorare compiutamente. Il direttore dell’istituto di informatica e telematica CNR di Pisa, Domenico Laforenza, ha ammesso che non esistono metriche e tecnologie per misurare l’effettiva ampiezza del Web sommerso. Si tratta di una Rete dentro la Rete in cui gli utenti, coperti da anonimato, partecipano alle darkroom, gruppi proibiti che vanno dalle sette religiose al fanatismo razziale, dall’estremismo islamico alla pedopornografia. Le darkroom sono ospitate (hosting) presso darknet. Ce ne sono almeno tre che coinvolgono il grande pubblico: Tor, I2P e Freenet. L’accesso a queste reti avviene tramite software particolari che fanno da ponte tra Internet e la darknet. Echo-chamber clandestine che producono entropia difficile da convertire in milioni di voti sul mercato elettorale. Le spinte che presiedono alla decisione di voto ricadono in ottiche diverse: gli swinging-voters preferiscono, all’ultimo secondo, la scelta del più rassicurante e del più affidabile tra due candidati. Una opzione che penalizzerebbe l’eventualità della futuribile costruzione di una campagna elettorale nel deep web.
Un problema analogo se lo è posto Trump, dopo il suo allontanamento da Twitter. Inizialmente, rivela il Washington Post14, ha iniziato da subito a lavorare alla costruzione di un suo social network improntato all’anarco-sovranismo. I suoi tecnici gli hanno fatto capire che tornare a raggiungere un reach target tanto ampio come quello che aveva su Twitter non sarebbe stato facile. E che l’operazione richiede molti anni. Si può dunque stare bene in una echo-chamber, ma il presupposto per la sua affermazione numerica, per la crescita del suo volume, è che la stessa sia inserita in un ecosistema digitale ampio, nel quale l’effetto-polarizzazione finisce con il distribuire ai contendenti una fetta di pubblico comunque maggiore di quella che avrebbero avuto da soli. Per lanciare Truth, il tycoon deve adesso contare sull’effetto-annuncio, confidando che i suoi follower stavolta lo precedano. Deve creare un ambiente accogliente prima di potercisi insediare, creare prima l’humus e poi piantarcisi. Perché vale il paradosso dell’echo-chamber vuota: nessuno vuole abitare un ambiente in cui si ode troppo forte il solo eco della propria voce.
Di V-Kontakte abbiamo accennato: è il social network che tutti hanno, in Russia. Unisce le caratteristiche del micro-blogging con quelle della messaggeria istantanea, consente di fare shopping online e di scaricare musica. Nasce per integrare le funzioni di Facebook e Whatsapp, Ebay e Spotify. Non tutti sanno che il suo fondatore, minacciato dalle autorità russe, è riparato negli Emirati Arabi. V-Kontakte è diventato così parte integrante della macchina della propaganda russa: è inglobato nella potentissima Gazprom. Se esiste un social network a pagamento, quello è V-Kontakte: ne paghiamo una parte ogni mese noi italiani, attraverso le fatture del gas.
La riflessione sui padroni del vapore digitale ci porterebbe lontano, e devo invece concludere.
Rimane fortissimo il vuoto normativo che nel mondo continua a riguardare Internet.
Di regole per la Rete, per scongiurare la polarizzazione e contrastare l’hate speech non si è ancora capito se deve occuparsi l’Unione per le Telecomunicazioni a Ginevra (Due conferenze sull’argomento15: nel 1988 e nel 2012), l’Unesco a Parigi o direttamente il Palazzo di Vetro a New York. Nell’incertezza, non si muove nessuno. E infatti non esiste alcun memorandum internazionale che tuteli la libertà della Rete, tanto che quando Cina, Iran e Turchia vietano questo o quel social media, la proprietà americana si affretta ad eseguire senza troppo indugiare sulla protesta: perché sa che non può.
In Italia c’è chi propone formule di identificazione digitale inequivocabili16 per accedere agli aggregatori di network. Diverse proposte di legge giacenti in Parlamento mirano a consentire l’apertura di profili sui social network a chi si registra fornendo al gestore del servizio la copia di un documento di identità ufficiale. Promuovendo così una utenza verificata con un rango superiore all’utenza anonima, la stessa dinamica che distingue una Pec da una qualsiasi casella email.
Ecco che il socially correct si scontra con lo spirito spontaneistico, anarco-libertario della Rete. E riaffiorano i vulnus della legislazione in materia, per un settore – quello dei giganti del web – a cui l’Unione Europea non riesce nemmeno a dare una tassazione stabile. Dove hanno sede legalmente i social network? A quali leggi devono sottostare? Quali intese presiedono la capacità delle piattaforme di stabilire contratti commerciali e realizzare profitti in Italia?
Andiamo sempre più verso una Rete duale: quali relazioni si intrecceranno tra legalisti e sregolati? Certamente vale, alla luce della constatazione del dato di realtà, l’avvertimento di chi segnala la necessità di mettere mano a uno Statuto universale della Rete. E chiedere alla scienza e alla ricerca il necessario approccio, perché davanti a ogni bivio della storia, l’essere umano deve saper reinterpretare il suo bisogno di umanesimo in chiave contemporanea.
